Centro Psicoanalitico dello Stretto Francesco Siracusano

Uccidersi a 16 anni? In dialogo con Nathalie de Kernier

a cura dei tirocinanti del Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala

Nathalie de Kernier, psicoanalista della Società Psicoanalitica di Parigi e IPA, psicoterapeuta dell’Associazione francese di psicoterapia del bambino e dell’adolescente (AFPPEA), professore associato all’Università di Parigi Nanterre, è colei che introduce un tema alquanto importante, nonché un attuale problema di salute pubblica, ossia quello del ‘Suicidio’, e di come questo rimane ‘un enigma’. L’autrice ha iniziato ad interessarsi alla tematica del suicidio in riferimento all’età adolescenziale lavorando in ospedale con i bambini ed ha articolato le proprie concezioni in due opere da lei pubblicate, ossia: “Le geste suicidaire à l’adolescence: tuer l’infans” e “Le suicide”.  L’obiettivo principale dell’approccio di lavoro dell’autrice, oltre che dell’incontro, si basa sulla ricerca di un significato che sottende e guida la vita umana. Al giorno d’oggi, sono veramente tanti gli adolescenti che tentano il suicidio, per tale motivo è importante comprendere cosa accade nella loro mente. 
L’adolescenza ha cambiamenti interni caratteristici dell’età. Il soggetto in questione ha un nuovo corpo, non più di bambino, ma di adulto; però, contemporaneamente, la psiche dell’adolescente non è abbastanza matura. L’adolescente sposta il suo interesse verso l’esterno, verso emozioni, esperienze, angosce; così affronta esperienze di abbandono.
Per i ragazzi di oggi, quindi, è molto complicato giungere alla comprensione di tale significato, nonostante essi lo cerchino. Tutti i terapeuti che prendono in carico adolescenti sanno che prima o poi ci si dovrà confrontare con l’ansia e il timore, che, in qualche momento, possa crearsi il fantasma di un’azione autodistruttiva, soprattutto nelle prime fasi di una terapia. 
L’adolescenza dà la possibilità di lavorare su eventi lasciati in sospeso, traumi, eventi che hanno turbato il bambino e che non sono mai stati integrati. L’adolescente costruisce la sua identità su queste basi. Se il soggetto ha vissuto esperienze traumatiche queste influenzeranno la sua vita, portandolo a ricercare nuove modalità risolutive.
In quest’ultimo anno di pandemia, questa tematica si è fatta più incombente, più cupa e minacciosa per ovvie ragioni. La maggior parte degli adolescenti, si sono trovati a vivere in uno spazio che li lega intimamente al contesto familiare pur vivendo le pulsioni caratteristiche, non permettendogli di avere uno “spazio di decompressione”; anche i ragazzi non particolarmente problematici hanno dovuto e stanno soffrendo per difficoltà. L’autolesionismo è un atto che permette di sentire un dolore fisico superiore a quello mentale. Ciò che fa scattare la crisi è la perdita di controllo dell’adolescente. L’impulsività e l’incapacità di fare scelte partecipano all’interruzione del funzionamento psichico, “quando pensare fa troppo male”. 
Questi elementi influiscono su atti autodistruttivi. Il suicidio è una pulsione che deriva dalla mancanza di elaborazione dell’esperienza.
La pulsione aggressiva dell’adolescente, che porta al tentativo di suicidio, diventa indomabile quando i meccanismi di difesa non riescono a funzionare; è come se l’adolescente dovesse uccidere la parte di sé che ritiene pericolosa.
Il crollo, solitamente, è dovuto ad emozioni percepite come troppo forti, che portano i ragazzi a percepire sentimenti di reclusione e a voler recidere il problema che risiede al loro interno; ciò può portare all’atto suicidario.
L’autodistruzione diventa l’unica via d’uscita: le capacità decisionali e la razionalizzazione risultano alterate. L’atto del suicidio è una liberazione; sparire è la soluzione. 
L’obiettivo, nei pochi incontri disponibili, era quello di risvegliare in loro, l’interesse per il proprio mondo interno ed il loro inconscio. 
L’autrice, si sofferma principalmente sul tema “dell’equivalente psichico dell’adolescenza”; quest’ultimo vede l’adolescenza come l’età delle tempeste emotive, degli innamoramenti irrazionali, degli odi ciechi, come la stagione delle prese di posizione estreme, della fiducia smisurata nelle proprie possibilità e della disperazione per i propri limiti, della voracità intellettuale e sentimentale, della rinuncia romantica che può giungere all’autodistruzione. Il percorso di ricerca di sé nell’adolescenza passa attraverso molteplici vicende in cui si intrecciano eccessi, grandi idealismi, tristezze infinite, rabbia distruttrice e creatrice, addii e grandi inizi. L’Adolescenza non è altro, dunque, che l’età del ‘cambiamento’. Deriva dal latino ‘adolescere’ che tradotto in italiano significa ‘crescere’. Essa, segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta, e proprio per questo è l’età di mezzo dominata dalla ‘trasformazione’. 
L’adolescente non è più un bambino e non è nemmeno ancora un adulto. Questo duplice movimento, di abbandono e negazione dell’infanzia da un lato, e di ricerca di uno statuto stabile di adulto dall’altro, costituisce l’essenza stessa del processo psichico che ogni adolescente attraversa. L’adolescenza, come ogni altro processo di “passaggio”, è caratterizzata dal coesistere di tendenze opposte, dalla instabilità propria di ogni trasformazione, dalle rotture, dalle rinunce e dalla costruzione di aspetti e modalità di funzionamento nuovi. 
Il suo dispiegarsi si appoggia soprattutto su dinamiche di natura psicologica, relazionale e sociale. L’adolescenza viene definita come prodotto della cultura e del contesto sociale in cui l’individuo è immerso. Dunque, non è un fenomeno universale e omogeneo ma culturalmente specifico, cioè dipendente dall’ambiente culturale di appartenenza di ogni individuo. Le caratteristiche sociali hanno una corrispondenza sul piano della psicologia dell’adolescenza, e questa “corrispondenza” si chiama narcisismo; le modalità dell’adolescente odierno sono improntate su di esso, visto che i ragazzi/e di oggi hanno una grande preoccupazione che riguarda la propria immagine: l’essere accettati, riconosciuti, ammirati, magari invidiati. Il narcisismo impera perché nella società liquida, improntata all’individualismo e priva di certezze, è necessario essere “liquidi”, cioè, è necessario bastare a sé stessi, non avere bisogno di appoggi e punti di riferimento, che esistono sempre meno. Nathalie De Kernier sostiene che gli adolescenti spostano la loro libido su nuovi oggetti.
La Pulsione, come ben sappiamo, è il motore della vita psichica. Freud, a tal proposito, distingue una pulsione di vita e una di morte, Eros e Thanatos, che vede quest’ultima predominare sull’altra. 
I traumi non elaborati si diffondono in maniera atroce, proprio come “un’onda d’urto”. In merito a ciò, è importante aiutare a rappresentare, iscrivere in una ‘storia’ i traumi; si pensa che possa essere terapeutico. 
Importante è la questione di origine, delle radici che stanno alla base del rischio, e quella di rianimazione psichica, che spesso viene sottovalutata ma che, in realtà, possiede la stessa importanza di quella fisica.
Centrale, in questo tipo di analisi, è il suscitare l’interesse dei ragazzi nella terapia e la mentalizzazione delle trasformazioni interne che accompagnano questo periodo delicato per cercare di aiutarli ad elaborarle, considerando che l’urto è vissuto come un atto necessario per iniziare a pensare.
Gli sconvolgimenti puberali risvegliano il conflitto edipico infantile e lo collocano sotto un aspetto diverso: ciò che era impossibile durante l’infanzia, diventa teoricamente possibile per l’adolescente; si risvegliano emozioni e paure arcaiche, momenti in cui il bambino non poteva nemmeno pensare al trauma riemergono con l’adolescenza, che, per questo, è considerata come una seconda possibilità per superare e integrare i traumi infantili fino a quel momento non elaborati, per permettere all’adolescente di costruire se stesso. Un accumulo di esperienze dolorose può portare il ragazzo ad esprimerle in un altro modo e più queste espressioni vengono ignorate, più si fomentano e si ripetono, fino ad arrivare alla riproduzione del trauma su sé stessi che potrebbe portare ad una percezione insopportabile del sé: questo è il paradosso.
Nelle famiglie fusionali l’adolescente si sente prigioniero dei legami che pensa di poter sciogliere solo con una distruzione violenta che, però, alla fine, finirebbe col legarlo maggiormente a quel contesto. 
L’atto tagliente ripete il funzionamento di un membro della famiglia e sembra che derivi da una confusione dei ruoli, cioè quando sono i ragazzi ad occuparsi dei genitori per molto tempo, fino a quando non riescono più a farlo. La clinica fa emergere tali ripetizioni che derivano, quindi, da qualcosa da cui si vuole scappare. Si deve, perciò, tenere presente la componente “insondabile” legata all’atto distruttivo.
Gli adolescenti cercano una costruzione del loro motivo, non di quello che gli attribuiscono gli altri; ciò che fa scattare la crisi è, spesso, qualcosa che è fuori dal controllo dei ragazzi. 
Il gesto suicida è un’espressione pulsionale violenta che avviene quando le pulsioni non riescono ad essere trattenute e diventano indicibili. 
Per molti adolescenti, è come se lo shock per il tentativo di suicidio, sembrava essere vissuto come un passaggio necessario, in caso di sopravvivenza, per iniziare a pensare al proprio sé. Questa elaborazione coinvolge parole e rappresentazioni, e quindi una possibile repressione o rimozione per rendere possibile una trasformazione interna, tralasciando un’energia psichica sufficientemente disponibile e sufficientemente liberata per permettere all’adolescente di costruire sé stesso, la sua propria identità. Le esperienze di abbandono o di abuso possono, dopo essere state apparentemente superate, tornare violentemente alla ribalta. 
Anche se è in grado di parlare, il giovane ricorrerà inconsapevolmente ad altri mezzi per esprimere la propria angoscia.
L’adolescente suicida cerca di cambiare i confini per controllarli; interferisce nella scena originaria sostituendosi con un bambino morto. Il sopravvissuto al suicidio si colloca quindi tra due nascite. Winnicott parla di “esperienza di collasso” o “esperienza del crollo”, ovvero della paura del soggetto di cadere in un’angoscia che in realtà è stata già vissuta in precedenza dal soggetto ma della quale non si ha memoria.
Dunque, egli cerca di evitare un nuovo crollo ma in maniera del tutto inconscia. 
La terapia si centra sul paradosso e tenta di far trovare nuove soluzioni che permettano al soggetto di rilevare nuove interpretazioni di sé stesso che possano rendere compatibili parti si sé sentite, altrimenti, come incompatibili.
La visione binaria dell’adolescente può trasformarsi in una visione più complessa.
Considerazioni personali: questo seminario è stato molto illuminante sotto tanti punti di vista. Sicuramente la tematica è molto delicata e non se ne parla abbastanza. Non se ne parla nelle scuole, nelle case e nei media per “paura” di “far venire in mente certe idee” a quei ragazzi che sono già così vulnerabili in quel particolare periodo della vita.
Come detto sopra, comunicare con i figli si reputa una delle cose più importanti da fare. Metterli in guardia rispetto a certi argomenti, tematiche e situazioni che potrebbero accadere a tutti noi. Per questo sono importanti i fattori protettivi, metterli a conoscenza delle realtà che li circonda, consentirgli di spaziare nel mondo circostante ma avendo alle spalle una base sicura e protettiva. Renderli consapevoli è il primo passo per fargli capire che c’è sempre una soluzione per tutto. Fargli capire cos’è giusto, cos’è sbagliato, ma soprattutto cos’è recuperabile e cosa no.
Farli sentire al sicuro, in grado di esprimersi come meglio credono, ma in modo funzionale. Il suicidio non è mai la soluzione, è solo una via di fuga, un’ultima spiaggia, avviene quando una persona non viene considerata e ascoltata, quando si sente sola. Sicuramente il suicidio rimarrà sempre un grosso punto di domanda per tutti, anche perché non potremo mai conoscere il contenuto delle idee e quando si presentano, idee che possono essere pessimiste e, nella peggiore delle ipotesi, eterodistruttive e autodistruttive. Però, soprattutto da parte nostra, aspiranti psicologi, dovremmo fare di tutto per evitare certi tipi di comportamenti, dare alternative e supportare questi soggetti nel momento più buio della loro vita.

Irene Pisa
Miriana Raineri
Katia Cordiano
Rodolfo Russo
Alessandra Parisi
Claudia Pocorobba 
Clara Carmeni

Edizioni Bette

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